L’immagine pubblica. Ci si aggrappa alla propria facciata, quella accettabile, decorosa, e l’identità finisce per dipendere strettamente da essa. Ridotta a mera aspettativa altrui, ogni miseria, ogni affanno, perfino ogni desiderio diventa una possibile debolezza: un varco da proteggere, per evitare la calunnia, la derisione, il giudizio.

Il narratore è un ragazzino, orfano di padre, che vive in un condominio fatiscente, abitato da persone altrettanto misere o solo apparentemente benestanti. Intorno, una Vicenza entusiasta del Duce. Sergio lo descrive con lo stesso sguardo con cui osserva certi signori fuori dai locali: uomini capaci di fare elemosina mentre negli occhi conservano un eloquente «non posso farci niente», «non capisco». Nella smania di preservare la propria posizione e reputazione, perfino gli atti di carità finiscono per confondersi con l’egoismo, l’ipocrisia e il tornaconto personale. Sergio riceve attenzioni dal nuovo prete e dai condomini: gli regalano vestiti nuovi, una bicicletta da corsa, cibo buono. Eppure, persino questi gesti sembrano contaminati dal bisogno di ricevere qualcosa in cambio: affetto, vicinanza, prestigio, la conferma della propria bontà. Sergio, insieme all’amico Cena, assiste così a una sorta di teatro dell’assurdo, una lotta tra poveri per contendersi briciole d’amore.

Sergio ci conduce a ripensare a certe priorità: una volta che il suo migliore amico finisce in riformatorio, la bicicletta e il denaro accumulato con inganni e furti perdono ogni valore, perché non può più condividerli con lui.
Forse è proprio qui la differenza tra un’identità impeccabile agli occhi degli altri, ma prigioniera della propria immagine, e un’identità meno presentabile, forse persino sgradevole, ma autentica e libera.

[…]Cominciavo a capire che in qualunque parte si andasse, qualunque mestiere si facesse, dovunque c’era sopruso, la frode, la legge del più forte. […]


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