Dietro la questione del genere
A prescindere dal fatto che siate uomini o donne, come reagireste di fronte a un vostro superiore, decisamente più giovane di voi, che saccentemente vi sciorina discorsi come «le donne sono emotive, gli uomini sono razionali», o ancora «le donne sono prelinguistiche, prelessicali»?
Essendo io donna, creatura, a quanto pare, avvinta dall’emotività, dovrei cavargli un occhio con lo sguardo più acuminato e tagliente ch’io possa sfoggiare. Invece, proprio perché la razionalità non è affatto una prerogativa maschile, mi domanderei: da dove nasce questa classificazione? Perché esiste? Quali sono gli elementi su cui si regge una simile visione?
Michela Canova, giornalista radiofonica presso l’emittente privata «Italia Viva», si ritrova a raccogliere testimonianze e informazioni per quello che, almeno in apparenza, dovrebbe diventare un programma da lei diretto e condotto, dedicato ai casi irrisolti di omicidio e violenza sulle donne.
Ed è proprio qui che l’autrice mette a nudo il meccanismo attraverso cui una presunta differenza “naturale” tra uomini e donne viene trasformata in una gerarchia. Non servono gesti eclatanti né dichiarazioni apertamente misogine: bastano parole, atteggiamenti e pensieri quotidiani, reiterati quasi senza accorgersi del peso che finiscono per acquistare nel tempo.
Nel lontano 1976, Erich Fromm individuò due modalità fondamentali dell’esistenza: quella dell’essere e quella dell’avere. Quest’ultima è una lupa mai sazia, divorata dalla fame di possesso. In questa bulimia dell’avere, il controllo diventa nutrimento: alimenta il desiderio di appropriazione e lo trasforma in esercizio di potere.
Ecco, allora, come nascono certe contraddizioni: la gelosia viene chiamata “prova d’amore”, anziché riconosciuta per ciò che spesso nasconde — un tacito «sei mia, sei mio»; l’“istinto maschile” viene invocato come legge naturale, quasi a dire: «non sono responsabile di ciò che non posso controllare».
L’uomo viene descritto come razionale quando detiene una posizione di potere, istintivo quando si tratta di attribuirgli responsabilità; la modalità dell’avere, una volta interiorizzata, trasforma l’altro in un oggetto da tenere fra le mani, da modellare, da rendere simile a sé, da invalidare agli occhi degli altri affinché resti proprio, fino, nei casi estremi, a ucciderlo.
Un uomo, negli stessi anni, scrisse una canzone: Eppure soffia. Era Pierangelo Bertoli. A un certo punto canta di un vento che, nonostante tutto il male intorno, continua a soffiare e, senza voler possedere, «bacia i fiori, li bacia e non li coglie».

[…] Le mani farfalline si fermano d’improvviso, come prese in un silenzio rigido di attesa. Le lusinghe funzionano sempre, hanno un loro modo di bussare al cuore che lo portano a fare capolino. Eppure, per una vecchia abitudine alla strategia, prendo tempo. «Mi ci lasci pensare» dico sapendo già che accetterò. Le mani del direttore rimangono ferme sulla scrivania. La mia risposta non è soddisfacente, lui ha fretta e non può aspettare che io ci “pensi sopra”. […]


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