La perla – John Steinbeck

La perla – John Steinbeck

Il riscatto sociale e la merda del Diavolo

«I soldi sono la merda del Diavolo. Ricordatelo, Valentina.»

«Tranquilla, nonna. Vedo che con me ha problemi di vista: mai una volta che mi caghi addosso, anche solo di striscio.»

Questo ci raccontavamo io e mia nonna, quando incontrava per strada ricchi signori disperati perché non trovavano un giardiniere decente per la loro casa di villeggiatura, per il sistema di allarmi del tutto inutile a contenere i danni causati dai ladri, o la sensazione di essere pedinati che li accompagnava a partire dall’uscio di casa.

E seguitava a dirmi, la mia saggia nonna, che un povero che diventa ricco, o andrà a sperperare la sua fortuna, vestendo i panni della cicala e gettando nella spazzatura quelli della formica che era stata, oppure, peggio, si dimenticherà degli amici, sospetterà di tutti, vivrà come un lebbroso, e si porterà nella tomba quei soldi senza averli mai goduti davvero o senza aver reso qualcun altro felice. Insomma, per lei il riscatto sociale era più un’illusione: l’operaio rimaneva operaio anche quando diventava capo, il contadino non diventava davvero podestà soltanto perché qualcuno gli aveva messo una fascia addosso. Ognuno aveva il proprio posto nel mondo, e pretendere di uscirne significava prima o poi pagarne il prezzo.

Ripenso a mia nonna e alla ritrosia che, già allora, provavo nel considerare davvero solida quella sua teoria fatalista. Kino trova una fortuna che potrebbe cambiare la vita della sua famiglia: permettere a suo figlio di studiare, sposare Juana in chiesa, conquistare una libertà che fino a quel momento gli era stata negata. Tutti buoni propositi, non cerca la Luna; ma il mondo intorno glielo impedisce. E la colpa non è il suo desiderio materiale di avere un fucile: la sua colpa è quella di essere un potenziale scardinatore di un sistema ben consolidato di distribuzione delle aspirazioni, possibilità e averi. Vuole accedere a una felicità che, secondo l’ordine costituito, non gli spetta.

La vera domanda che trapela dal romanzo, per me, non è se un povero possa riuscire a diventare ricco, ma perché, non appena prova a salire qualche gradino, sembri esserci sempre qualcuno pronto a ricordargli da dove viene e quale posto dovrebbe continuare a occupare.

Per quanto mi riguarda, poteva andarmi peggio. In fondo qualche briciola riesco ancora a sottrarla a questo sistema affamato, forse perché le mie danno poco nell’occhio. Forse sono un poco come mia nonna: ho tanto anche se, per qualcuno, quel tanto sembra poco.

[…] “E il padre spiegò che ogni uomo e donna è come un soldato messo da Dio a difendere una parte del castello dell’Universo. E alcuni sono sui merli ed altri giù giù nell’oscurità delle mura. Ma ognuno deve rimaner fedele al suo posto e non muoversi, altrimenti il castello è indifeso di fronte all’assalto dell’Inferno.” […]


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