Aspettando Godot

Una fortezza lontana, sperduta fra i monti, dimenticata dai suoi stessi possessori, ha l’invisibile potere di sottrarre tempo prezioso: quello che si dovrebbe impiegare per agire, protendersi, rischiare. I soldati che vi giungono capiscono bene, all’inizio, che l’incarico assegnato loro è una trappola; poi, lentamente, dimenticano la promessa fatta a se stessi e si arrendono all’irresistibile speranza che i Tartari giungano dal nord, forieri di guerra e glorie future.

Sembra il sortilegio di un racconto fantastico; eppure racconta una sorte possibile, capace di toccare da vicino ognuno di noi. L’attesa del momento giusto, dell’opportunità, della persona giusta. E mentre restiamo a scrutare quel deserto di possibilità, la vita, chiusa nella routine che sosteniamo, prosegue a passi felpati. Passano le primavere; l’inverno sembra ancora così lontano.

Drogo, giovane tenente inviato, nel pieno della sua giovinezza, a presidiare la fortezza, avverte subito il pericolo: non quello che potrebbe giungere dal deserto, ma quello che si annida nel suo stesso cuore. La vera insidia è la convinzione di essere destinato a una vita mirabile, degna di essere ricordata; una certezza tanto forte e superba da impedirgli di accorgersi che, mentre attende l’occasione capace di renderlo finalmente fiero di sé, la sua vita viene lentamente consegnata alle aspettative, alle consuetudini e alle promesse degli altri.

Non basta l’ambizione a elevare una persona. Si può consumare un’intera esistenza nutrendo fino alla fine la convinzione che il futuro debba capitare, anziché essere rincorso.

Eppure, quando nasciamo, abbiamo così tanto tempo davanti. Non pensiamo alla morte, né a ciò che lasceremo.

La storia di Drogo è un monito: la preziosità di un’esistenza non può misurarsi negli anni trascorsi ad attendere, ma nei passi compiuti, pur sapendo che ogni passo conduce, inevitabilmente, verso la morte; verso un’altura dalla quale, voltandosi a guardare la valle, sia possibile rimirare la strada costruita e dire: «Ho fatto tutto il possibile».

[…] Gli pareva così di sentire crescere attorno una oscura trama che cercasse di trattenerlo. Probabilmente non si trattava neppure del Matti. Né questi, né il colonnello, né alcun altro ufficiale si interessavano menomamente di lui: che rimanesse o partisse certo era loro del tutto indifferente. Tuttavia una forza sconosciuta lavorava contro il suo ritorno in città, forse scaturiva dalla sua stessa anima, senza ch’egli se ne accorgesse. […]


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