Cerchiamo silenzio o chiasso emozionale?
Siamo bombardati da così tanti stimoli e bisogni — molti dei quali inutili — che le emozioni vanno e vengono senza trovare il tempo di esprimersi come presentimento, tantomeno di sedimentare e diventare sentimento.
L’idea che mi sono fatta del “sentimento” è che esso sia la filigrana di quei ricordi e pensieri nei quali l’anima si ripiega quando ha bisogno di orientarsi. Ma, laddove nulla è fatto per rimanere e ogni cosa nasce già in attesa di essere sostituita, fuori corrente e obsoleta ancor prima di invecchiare, come può l’anima muoversi liberamente, esplorare, essere compresa, nutrita e, infine, divenire una guida?
Si rintana, vergognosa, dietro montagne di rifiuti. Non le si concede il tempo di cucirsi addosso un vestito con le pezze emozionali che le passano sottomano troppo velocemente — e spesso è pure stoffa di scarso valore. Fa freddo là fuori; è costretta allora a stringersi in se stessa, immobile e muta, e a lottare per sopravvivere.
C’è una soffocante supremazia dell’emozione a scapito del sentimento.
Non voglio dire che le emozioni siano sbagliate o che debbano essere soffocate, manipolate, zittite, controllate. Sono come il fuoco: di per sé non è dannoso, ma, nelle mani di chi non sa impiegarlo o ne sottovaluta la forza, può arrecare sofferenza e provocare danni anche irreversibili.
Eppure quello che vedo è un fuoco ghiacciato: qualcosa che arde senza scaldare e che ha lasciato dietro di sé lande di indifferenza e stagnazione. Si vive sospesi, senza certezze capaci di mettere radici.
Mi torna in mente, a questo proposito, una scena del film Risvegli, con Robin Williams. L’impacciato neurologo protagonista, Malcolm Sayer, dopo aver assistito a una conferenza sulla L-DOPA, allora impiegata nel trattamento dei sintomi del Parkinson, espone a un neurochimico una sua intuizione sui pazienti catatonici di cui si occupa. Si domanda se un tremore parkinsoniano portato all’estremo possa apparire, paradossalmente, come assenza di movimento: se, cioè, un’accelerazione esasperata dei gesti, degli impulsi e delle compulsioni possa finire per ripiegarsi su se stessa fino a trasformare una persona, almeno in apparenza, in pietra.
Mi sembra di scorgere in questa intuizione proprio quel “fuoco ghiacciato” di cui parlavo prima, e qualcosa dello stato in cui versa la nostra società: un movimento incessante che, anziché condurci da qualche parte, produce immobilità.
Le emozioni diventano allora, nella mia immagine, come impulsi che non trovano una via, materia psichica continuamente prodotta ma mai veramente raccolta, elaborata, trasformata. Arrivano, ci attraversano e vengono immediatamente sostituite. Alla fine resta un enorme movimento senza direzione, un’accelerazione che somiglia terribilmente alla paralisi.
Comincio a credere che ciò che manca sia anche una forma di accudimento femmineo, nel senso più ampio del termine.
Quando abbiamo cominciato ad averne paura? Quando abbiamo iniziato a guardarlo con diffidenza?
Non parlo di lotte femministe, di orientamento sessuale né dell’emancipazione della donna dal patriarcato. Mi domando, più semplicemente, che cosa ci sia accaduto per portarci a credere che la gentilezza e la dolcezza siano sinonimi di debolezza e inadeguatezza, quasi fossero sintomi di disadattamento.
A volte ho persino l’impressione che gli atti compiuti con gentilezza vengano accolti con sospetto: devono nascondere qualcosa, avere un secondo fine, rispondere a un interesse puramente egocentrico. Naturalmente può accadere. Ma sembra esserci diventato quasi inconcepibile il contrario.
Perché mai qualcuno dovrebbe essere gentile senza motivo?
Sarebbe una perdita di tempo.
Forse è proprio questo il punto: in una società fondata sul consumo diventa difficile accettare che possa esistere una produzione senza profitto, un gesto che non generi credito, riconoscenza, prestigio, possesso o vantaggio. Persino la gentilezza deve giustificare la propria utilità.
E invece l’animo autenticamente gentile dovrebbe poter esistere e compiersi al di fuori di questo processo giudicante. Non dovrebbe domandarsi chi sei, che cosa possiedi, quanto vali o che cosa potrai restituire.
Esiste perché esiste.
Eppure continuiamo a guardarlo un po’ come si guarda il principe Myškin di Dostoevskij: un perfetto idiota da compatire, da usare quando serve, da sfruttare quando è possibile e, infine, da confinare quando la sua stessa esistenza diventa troppo scomoda.


Lascia un commento